Carige

“Credo di aver sempre agito in maniera onesta, pulita e compente e la commistione con la politica mi sembra assolutamente falsa”. Lo ha detto all’ANSA l’ex parlamentare e consigliere di amministrazione di Banca Carige, Alessandro Scajola, interpellato sulle parole del vice premier Luigi Di Maio, che ha legato la crisi Carige a “commistioni della politica” citando “dietro la cortina dei nomi” – tra gli altri – anche quello di Alessandro Scajola, fratello dell’ex ministro.

Afferma l’ex consigliere del cda

“Non c’è nulla di falso in ciò che ha detto Di Maio e non mi sento accusato né offeso – aggiunge -. Nulla di sbagliato, tranne il nome di Repetto che è Alessandro e non Alberto. Per il resto devo dire, che il suo resta un elenco parziale, perché quando si parla di un cda i nomi bisogna citarli tutti, e non solo una parte”. “Nel citare solo quattro consiglieri del cda sui quindici – aggiunge Scajola – forse ha inteso puntare l’attenzione su quelli che avevano legami con la politica, ma allora ne ha dimenticati altri”.

Scajola spiega

che quanto prevedeva lo statuto di Banca Carige era il risultato “di ciò che avevamo ottenuto negli anni Settanta, battendoci come provincia di Imperia ovvero l’assegnazione di quattro posti del cda alla nostra provincia: tre nominati dalla amministrazione provinciale e uno dalla Camera di Commercio”. E aggiunge: “La Camera di Commercio nominò il suo presidente che era Gianni Cozzi, successivamente eletto consigliere regionale. Visto che la Regione utilizzava la Carige come tesoreria e c’era una incompatibilità, Cozzi dovette dare le dimissioni e rinunciare alla sua presenza nel cda di Banca Carige”.

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Siamo nel 1992, ricorda: “Come sempre c’era un gran movimento e il Consiglio
camerale decise di effettuare una scelta tecnica, mettendoci il segretario generale della Camera di Commercio, nella mia persona”.

Scajola, dunque, dichiara di aver sempre cercato di comportarsi al meglio, mettendo a disposizione la propria esperienza di parlamentare, con vari passaggi dal cda della Fondazione a quello della banca. Nel ribattere alcune delle affermazioni del vice premier Di Maio, in merito alle “operazioni temerarie”, Scajola precisa: “Ricordo che il Consiglio dava mandato a uffici e dirigenti di procedere alle varie operazioni e nulla avveniva senza autorizzazione preventiva e successiva della Banca d’Italia. Tutto ciò che si faceva era regolarmente acconsentito e approvato dalla Banca d’Italia. Nessuna operazione azzardata”.

Sul contestato finanziamento

di 35 milioni alla società Acqua Marcia del Gruppo Caltagirone, in merito alla realizzazione del Porto turistico di Imperia, afferma Scajola: “Non vorrei ricordare male, ma il finanziamento venne dato a una associazione temporanea di banche, una decina o forse qualcuna di meno, con a capo l’Unicredit che ci chiese di aderire. E noi abbiamo aderito, perché sarebbe stato assurdo non farlo”. Sulle richieste di finanziamento, avverte infine: “Ogni volta che si apriva un finanziamento, si chiedevano sempre garanzie ipotecarie. Il problema, forse, è nato con lo scossone all’economia, nel 2008, con gli immobili ipotecati che magari avevano perso parte del valore originario. Un fattore quest’ultimo che può avere creato ripercussioni su tutte le banche”.

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