“Il ponte si corrode, va controllato”. Lo studio di Riccardo Morandi nel ’79

Era il 1979 quando Riccardo Morandi, l’ingegnere progettista del ponte omonimo sull’A10, crollato martedì 14 agosto uccidendo 43 persone, avvertiva con uno studio dei possibili pericoli derivati da salsedine ed inquinamento per l’integrità della struttura.

Penso che prima o poi, e forse già tra pochi anni,  – scriveva Morandi, come riporta “La Verità”,  nel suo studio – sarà necessario ricorrere a un trattamento per la rimozione di ogni traccia di ruggine sui rinforzi esposti, con iniezioni di resine epossidiche dove necessario, per poi coprire tutto con elastomeri ad altissima resistenza chimica”.

Aggredita da venti marini e agenti inquinanti

“La struttura – scrive Morandi – viene aggredita dai venti marini (il mare dista un chilometro) che sono canalizzati nella valle attraversata dal viadotto. Si crea così un’atmosfera, ad alta salinità che per di più, sulla sua strada prima di raggiungere la struttura, si mescola con i fumi dei camini dell’acciaieria (il vecchio stabilimento Ilva, ndr) e si satura di vapori altamente nocivi”. “Le superfici esterne delle strutture – segnala – ma soprattutto quelle esposte verso il mare e quindi più direttamente attaccate dai fumi acidi dei camini, iniziano a mostrare fenomeni di aggressione di origine chimica”.Insomma, è già in atto una “perdita di resistenza superficiale del calcestruzzo”.

Piastre corrose in 5 anni

Sempre secondo quello che riporta il quotidiano, l’ingegnere nel suo studio accennava a non meglio specificate “piastre”che in soli cinque anni, quindi presumibilmente risalenti al 1972, si sarebbero corrose rendendo necessaria la sostituzione con elementi di acciaio inox in un processo lungo e complicato. L’ingegnere conclude insistendo sulla necessità di proteggere “la superficie in calcestruzzo, per accrescerne la resistenza chimica e meccanica all’abrasione“. E suggerisce l’impiego di resine e di elastomeri sintetici.